
| 09 - Piero Guicciardini |
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Piero Guicciardini: Detto qualche cosa sul locale di culto, è ora necessario dedicare una sezione a colui che iniziò la chiesa dei Fratelli in Italia, vale a dire il Conte Piero Guicciardini. Egli nacque nel 1808 da una delle famiglie più nobili e antiche di Firenze, quei Guicciardini che avevano già dato all’Italia il più celebre storico, coevo di Machiavelli, Francesco Guicciardini. Terminati gli studi – che portò avanti con serietà e ricavandone una solida cultura, per qualche tempo si occupò delle proprietà di famiglia dove – fin da giovane – manifestò un certo spirito “democratico”, nei rapporti con la servitù e con i dipendenti. Documenti dell’epoca ci forniscono di lui un ritratto molto diverso da quello a cui chi ha un po’ di familiarità col personaggio è abituato, di un uomo ormai anziano, con un barbone bianco da patriarca biblico: sembra che fosse un giovane alto e slanciato, con occhi azzurri, una voce assai profonda, e un temperamento piuttosto incline alla riservatezza e alla melanconia. E pare anche che – in fatto di gentil sesso – avesse gusti abbastanza difficili… Nobile, intellettuale e uomo d’affari, con ideali vagamente democratici, a Firenze: una serie di cause che quasi inevitabilmente, e assai precocemente, portarono il conte ad entrare in rapporti con gli intellettuali d’oltralpe che avevano fatto di Firenze la loro residenza elettiva, che non erano pochi, e, spesso, erano di religione protestante: fin dall’età di 20 anni egli fu membro dell’Accademia dei Georgofili, e collaboratore dello svizzero G. P. Viessieux, e di Lambruschini, con cui condivise un avanguardistico progetto di riforma del sistema scolastico toscano, che prevedeva la possibilità, anche per le classi più povere, di accedere all’istruzione: un programma ambizioso che lo portò a conoscere la più illustre esponente del movimento evangelico Toscano: la ginevrina Matilde Calandrini, che, giunta in Italia nel 1831, si dedicò all’apertura di vari asili infantili (tuttora esistenti) nella città di Pisa. I primi suoi collaboratori furono anche i primi convertiti in questa città: Luigi Frassi, direttore della Cassa di Risparmio, e Tito Chiesi, assessore del Tribunale. Con loro, e con altri, cominciò a tenere dei culti domestici in casa sua, che prevedevano un tempo di libera preghiera e un tempo di lettura della Bibbia. Sembra che la prima molla che spinse il Guicciardini alla lettura della Bibbia sia stato l’aver sorpreso un membro della sua servitù che la stava leggendo. Certamente erano anni in cui il giovane stava attraversando una profonda crisi spirituale, prova ne sia il fatto che aveva preso a frequentare con una certa regolarità i culti in lingua Francese della comunità Svizzera di Firenze (ricordiamo che a quell’epoca quelli fatti dagli stranieri per gli stranieri erano i soli culti non cattolici ammessi nel Granducato). L’incontro con la Calandrini tuttavia fu decisivo. Nel 1836 egli – secondo la sua stessa testimonianza – “nacque di nuovo”. E tentò a trapiantare nella sua Firenze, quello che la Calandrini aveva introdotto a Pisa: i Culti domestici. Per circa 10 anni Guicciardini e la Calandrini furono le figure di maggior spicco allo stesso tempo della riforma del sistema scolastico toscano e del primo evangelismo di lingua italiana in Toscana. L’idea di fondare una chiesa evangelica italiana risale agli anni compresi fra il 1844 e il 1846 (in questi anni il Guicciardini stesso fu a Ginevra per valutare se ci fossero concrete possibilità in questa direzione). Nel 1846 si cominciò ad introdurre la celebrazione dell’Eucaristia (la “Cena del Signore” nell’ambito dei culti domestici che erano sempre più frequentati. La domanda che è destinata a restare senza risposta è: quanto del fermento di questi anni fu originalmente “italiano”, e quanto fu influenzato dall’Evangelismo Svizzero o da quel movimento dei Fratelli inglese che ancora non aveva conosciuto le sue prime spaccature e tanto vicino sembrava, nello spirito e nella forma, al primo movimento evangelico italiano? Darby stesso, ricordiamo, era già stato a Ginevra e aveva incontrato alcuni dei personaggi che anche Guicciardini conobbe (per esempio il pastore Charles Eynard); d’altra parte, sia Guicciardini sia i suoi più stretti collaboratori ci tennero a sottolineare l’originalità della loro proposta: essi rifiutarono perfino di chiamarsi “Protestanti”, ma – si deve anche ricordare – una tale enfasi sul carattere tutto italiano del movimento poteva anche essere una necessità “politica”. Il primo, importante strappo con la chiesa Romana ebbe luogo nel 1849, e – per uno dei tanti corsi e ricorsi della storia – al centro fu la piccola chiesa di Santa Felicita dove secoli prima era stato attivo il riformatore Pietro Martire Vermigli: di tale chiesa il Guicciardini era amministratore legale, e in tale veste – col consenso del priore – fece dipingere dei versetti biblici sulle pareti della chiesa, compresi i dieci comandamenti, e isolando il secondo: “Non farti scultura alcuna né immagine alcune né delle cose che sono in cielo né di quelle che sono in terra” – che la tradizione cattolica accorpa normalmente al primo (“non avrai altro Dio all’infuori di Me”): fu uno scandalo, cui seguì una battaglia legale: l’Arcivescovo di Firenze impose la cancellazione dei versetti; il Conte fece ricorso presso il Ministero degli Affari di Culto, e in capo a due anni fu sconfitto: egli allora divulgò un opuscolo dal titolo “Al popolo”, dove da un lato protestava contro quello che considerava un sopruso, e dall’altro lato invitava il popolo a leggere la Bibbia per conoscere Gesù Cristo. Nonostante questo, nel 1850 fu eletto consigliere comunale; ma rinunciò a tale prestigiosa carica per non doversi sottomettere all’obbligo di prestare giuramento, obbligo che egli vedeva in contraddizione con l’ordine dato da Gesù in Mt. 5,34 – 37. Tuttavia erano anni di relativa apertura e libertà: nel 1848 in seguito ai moti rivoluzionari il Granduca era dovuto fuggire e la Toscana era retta da un governo repubblicano presieduto da Montanelli e Ricasoli; ma nel 1850, il ritorno del Granduca vide un nuovo periodo di repressione: i culti in Italiano vennero proibiti nel Gennaio del 1851, e tutti gli italiani che avevano preso a frequentare le riunioni della Chiesa Svizzera furono diffidati dal continuare a farlo, sotto pena di carcere duro. Nel mese di Febbraio, il Geymonat, sorpreso a celebrare un culto domestico in Italiano, fu incarcerato per tre giorni al Bargello e successivamente esiliato. Lo stesso Guicciardini fu invitato dal Cancelliere della Delegazione di Santo Spirito a giustificare la sua presenza presso un culto in Francese della Chiesa Svizzera. Falliti i tentativi di far valere legalmente i suoi ed altrui diritti alla libertà religiosa, Guicciardini scelse la via dell’esilio: la data era stata fissata per il 10 Maggio 1851, ma pochi giorni prima fu sorpreso in uno degli ultimi culti domestici – forse l’ultimo – cui avrebbe partecipato. La polizia piombò a mezzanotte nella casa di Fedele Betti, dove tale culto si stava celebrando, proprio mentre i partecipanti stavano leggendo l’Evangelo di Giovanni nella traduzione di Giovanni Diodati. Tutti i convenuti furono trasferiti al Carcere del Bargello, dove peraltro essi proseguirono nella meditazione biblica iniziata in casa Betti. La storiografia italiana sul Guicciardini, si è affannata a cercare – nelle dichiarazioni del conte e nelle testimonianze esterne – la prova dell’infondatezza dell’accusa di fondo mossagli, che era quella di tramare per la sovversione della Religione di Stato. Non avrebbe egli voluto portare il protestantesimo in Italia, ma piuttosto “evangelizzare” gli italiani; quando gli fu ingiunto di non partecipare più a culti protestanti egli si sarebbe sottomesso a questo ordine; il culto domestico in cui fu sorpreso non era un vero culto, ma una riunione d’addio fra amici… La polizia granducale ebbe in questo- probabilmente – una maggiore lungimiranza: e quando scoprì il taccuino con gli appunti di viaggio a Ginevra, col programma per iniziare un movimento evangelico di lingua italiana, non ebbe – a nostro avviso giustamente – più dubbi: il Conte Guicciardini e i suoi amici stavano lavorando, nascostamente ma nemmeno troppo – per porre fine al predominio dell’unica religione ammessa e per impiantare il protestantesimo in Italia e fra gli italiani. Era un’accusa fondata e veritiera, ma non era un’accusa: Guicciardini era colpevole secondo una legge ingiusta, iniqua e illiberale che pretendeva di imporre per legge se credere, in quale Dio credere, e come credere; ma era quella legge (presente, ahimè, in tanti paesi ancora oggi), i suoi promulgatori e i suoi fautori i veri colpevoli; gli altri ne erano le vittime… Giustamente Guicciardini aveva scritto in quel taccuino (certo, non con l’intento di divulgare questa considerazione fra i suoi compatrioti in tale forma dura e polemica) che fra i massimi ostacoli alla libertà, c’era l’onnipresenza e la tirannia esercitata dalla Chiesa Cattolica: nel 1830, questo era proprio vero! Inizialmente il conte fu condannato a sei mesi di carcere a Volterra:il Granduca si disse pronto a graziarlo se egli avesse abiurato e fosse rientrato in seno alla chiesa Cattolica, ma davanti alla fermezza del conte, e alle pressioni diplomatiche di diverse potenze straniere (soprattutto la Gran Bretagna) né l’una né l’altra cosa furono possibili: tutti gli imputati dovettero però lasciare la Toscana, e il conte scelse proprio la Gran Bretagna quale meta del suo esilio. Mentre in Toscana le riunioni poterono continuare solo in condizioni di grande precarietà e clandestinità, Guicciardini ottenne la cittadinanza Inglese; la stampa dei maggiori quotidiani britannici stigmatizzò l’illiberalità della condanna sancita dalle autorità granducali. Intorno al 1852 iniziò a frequentare regolarmente le riunioni delle Chiese dei Fratelli inglesi nella cittadina di Teignmouth (la stessa di cui per tanti anni era stato pastore George Muller,prima del suo trasferimento alla Bethesda Chapel di Bristol) – lo strappo con Darby si era già consumato e il Guicciardini fu soprattutto in contatto con l’ala più aperta del movimento. Non sembra che coltivasse particolari legami con gli altri – numerosi – Evangelici italiani esuli in Gran Bretagna: per loro – in generale – l’aspirazione all’indipendenza e all’unità e all’indipendenza nazionale e alla libertà religiosa si fondevano in un’unica visione; è probabile che proprio questo “connubio” fra politica e religione, non incontrasse la piena sintonia del conte, che pure non era insensibile a temi di attualità politica, ma preferiva mantenere i due piani rigorosamente distinti. Ciononostante proprio fra questi patrioti trovò il suo più prezioso collaboratore, nella persona di Teodorico Pietrocola Rossetti, che – diversamente dal conte – per le sue idee politiche (aveva preso attivamente parte ai moti del 1848) era stato condannato a morte, e era riuscito ad arrivare a Londra grazie ad una fuga. Qui fu ospitato dal suo più celebre cugino, il poeta pre raffaelita Dante Gabriele Rossetti. Passeggiando un giorno in riva al mare, il Guicciardini chiese al suo amico cosa sarebbe stato della sua anima se fosse morto quella notte stessa. In capo a pochi giorni, Rossetti affidò quella sua anima a Gesù Cristo, e da allora prese anch’egli a frequentare regolarmente le riunioni della Comunità dei Fratelli di Londra. Proprio tale comunità incaricò i suoi due membri italiani più illustri, Guicciardini e Rossetti, a porre le basi per l’evangelizzazione della penisola, partendo però non dalla Toscana, ma dal Piemonte, dove le differenti condizioni politiche avrebbero consentito una maggiore libertà di movimento. In questi anni il Guicciardini ebbe anche una breve esperienza sentimentale: si fidanzò con una giovane donna inglese, sul cui nome riuscì a mantenere il più stretto riserbo: che si trattasse di Mary Eling Elliot è solo un’ipotesi basata su una breve dedica da lei indirizzatagli più di due anni prima della data del fidanzamento. Maggiori indizi è possibile trovare sulle ragioni che portarono i due a rompere il fidanzamento: forse una malattia ereditaria da cui la giovane scoprì di essere affetta, forse il troppo grande divario sociale fra i due… A questa sfortunata esperienza però, risalgono alcuni cambiamenti profondi nell’animo del conte, che – purtroppo – si rifletteranno in tutto il primo evangelismo italiano: il suo carattere – precedentemente descritto come piuttosto bonario – si indurì; inoltre, maturò una grande diffidenza verso il sesso femminile, dimenticando il ruolo fondamentale che proprio una donna – Matilde Calandrini – aveva avuto sullo sviluppo dell’evangelismo in Toscana e sulla sua stessa conversione a Cristo: l’Evangelo predicato da Guicciardini al suo rientro in Italia, era ormai un evangelo dove il ruolo della donna era ridotto al minimo… Ma prima di occuparci della predicazione del Vangelo in Italia, è necessario mettere in risalto l’altra grande attività del conte negli anni dell’esilio londinese: appassionato collezionista di libri antichi e rari (Bibbie, scritti dei primi riformatori e scritti relativi alle origini della Chiesa dei Fratelli), egli stesso fu autore di una revisione linguistica della traduzione della Bibbia in Italiano, la seicentesca Diodati: la “Bibbia Guicciardini” – pubblicata dalla Society for promoting Christian knowledge. L’evangelizzazione dell’Italia partì dunque dal Piemonte, dove il Rossetti poté recarsi nel 1857 con un passaporto firmato dallo stesso Cavour, sul quale era esplicitato che la ragione del suo soggiorno in Piemonte era di “Predicare l’Evangelo nella città di Alessandria”. Guicciardini, per il momento, restava in Esilio facendo la spola fra la Gran Bretagna, Ginevra e Nizza, dove si erano formati – diretti da lui – diversi Comitati per l’Evangelizzazione dell’Italia. In questo periodo si ricordano anche diversi incontri con Cavour (il passaporto stesso del Rossetti, probabilmente, non sarebbe stato possibile senza i contatti fra i due conti). La prima evangelizzazione del Piemonte e – poco dopo – dell’Italia, fu purtroppo condizionata da tre problematiche, i cui effetti continuano ancora oggi in qualche misura a farsi sentire: - La durezza sempre maggiore del Guicciardini nei confronti dei primi missionari, e dello stesso Rossetti cui pure era legato da una profondissima e indiscussa amicizia: tuttavia i rimproveri erano frequentissimi,e la ragione quasi sempre la stessa: i risultati – rispetto al denaro investito (denaro che era quasi sempre frutto di libere donazioni), erano troppo inferiori alle aspettative. - La grande diffidenza verso il sesso femminile (di cui si è già sufficientemente detto) - I contrasti con la chiesa Valdese. Su quest’ultimo punto è bene dire qualche cosa: infatti, se in Toscana la chiesa Evangelica non esisteva, in Piemonte esisteva, nelle Valli Valdesi, una antica comunità Valdese, e lo Statuto Albertino del 1848 garantiva loro una relativa libertà di culto. Molti esuli per motivi politici e religiosi di altri stati italiani avevano eletto proprio lo stato Sabaudo quale luogo del loro esilio, e qui avevano iniziato anch’essi un’opera di evangelizzazione fra gli italiani: è il caso di Bonaventura Mazzarella e Luigi De Sanctis, che predicarono l’Evangelo a Genova e Torino: essi si legarono alla Chiesa Valdese, e a tale chiesa indirizzavano coloro con cui entrarono in contatto. Quando anche i Fratelli – e Guicciardini in particolare, dall’Inghilterra giunsero in Piemonte, stabilendosi Guicciardini a Nizza e Rossetti ad Alessandria, dopo un iniziale tentativo di collaborazione, la rivalità fra i due movimenti fu inevitabile. Nel 1860, dopo la definitiva cacciata del Granduca e il ritorno al potere degli antichi amici del Conte, Ricasoli, Ridolfi e Lambruschini, Guicciardini poté tornare a Firenze, dove prese ad organizzare dei culti pubblici, ai quali invitava spesso Mozzarella per la predicazione. Anche il nuovo governo però si sforzò di limitare la libertà di questi culti, suscitando l’indignazione del conte che tornò a Nizza; intanto però con l’unità d’Italia del 1861 e l’estensione dello Statuto Albertino a tutta la penisola, fu possibile ripensare in termini più organici l’evangelizzazione dell’Italia: in tutte le maggiori città – da nord a sud – erano presenti dei missionari sostenuti dai comitati guidati dal Guicciardini, e le aspettative erano davvero grandi. Al contrasto coi Valdesi, si aggiunse il contrasto con uno dei “missionari”, attivo soprattutto in nord Italia, Alessandro Gavazzi, animato più da passione politica che da sincero fervore religioso: fu chiaro alla chiesa Valdese che il suo era più che altro un acceso anti clericalismo non supportato da un’autentica fede in Cristo, e per questo non gli fu mai consentita alcuna forma di predicazione in seno alla chiesa Valdese; le “Chiese Libere” (tale in Italia – a quel tempo - il nome del movimento) non ebbero la stessa chiara visione, né avrebbero avuto gli strumenti istituzionali per “proibire” a qualcuno di predicare: quando Guicciardini tentò di farlo per vie traverse – cioè ritirando il sostegno economico a chi gli avesse permesso di predicare – fu accusato di Plymouthismo, quasi ch’egli fosse un novello Darby – ovvia la confusione fra i due termini “Darbismo” e “Plymouthismo” (il plymouthismo era proprio la corrente più aperta che si opponeva a Darby, e in tal senso il conte fu certamente plymouthista: egli stesso criticò fortemente, nei suoi scritti, il separatismo di Darby), e anche la superficialità del giudizio: una cosa è “scomunicare” chiunque riceva in comunione qualche predicatore di cui non si condividono tutte le posizioni o anche qualsivoglia membro di una sua comunità, ben altra cosa è non sentirsi di appoggiare economicamente un predicatore con cui non si è in sintonia e sulle cui stesse motivazioni rimangano molti punti interrogativi… Ma un certo “Darbysmo”, ahimè, caratterizzò il passo successivo dei due amici, che nel 1863 pubblicarono un opuscolo anonimo dal titolo: “Principi della Chiesa romana, della Chiesa protestante e della Chiesa cristiana” (noto anche come “Libro dei Principi”). Il tono durissimo nei confronti dei “Protestanti” (soprattutto dei Valdesi, ma anche Darbisti e Plymouthisti) portò ad una divisione: nacque nel 1865 la “Chiesa Italiana Libera”, di impostazione presbiteriana e guidata dal Gavazzi e dal pastore scozzese McDougall, cui aderirono 22 chiese e diversi missionari precedentemente sostenuti dal Guicciardini. Fra le due denominazioni, comunque, rimase una certa cooperazione e rispetto. Mentre la Chiesa Libera fondata dal Gavazzi si sfaldò e morì con la sua morte, le Chiese Libere di Guicciardini e Rossetti superarono – pur con una certa fatica – la crisi del 1865 (anche grazie al viaggio in Gran Bretagna dello stesso Rossetti, che si affannò a ricucire lo strappo almeno con i Fratelli inglesi), e a partire dal 1880 assunsero il nome di “Chiese dei Fratelli”. Nel 1866 il Conte tornò a Firenze, e anche Rossetti vi si trasferì, e cercarono di unificare le tre comunità libere della città, guidate da Miss Johnson, Miss Brown, e da Cesare Magrini. Il conte stesso fondò una quarta comunità, che si riuniva in Via Maggio 15, che guidava insieme con sua sorella Giulia, unica altra membra convertita della sua famiglia… Le trattative per l’acquisto del locale di culto in Via della Vigna Vecchia iniziarono 10 anni dopo, e il locale fu acquistato nel 1880, grazie anche ai contributi molto generosi di molti fratelli Inglesi e Svizzeri – oltre che dello stesso Guicciardini, che si spegnerà pochi anni dopo, il 23 Marzo 1886; le nuove leggi non consentivano più le inumazioni all’interno del centro Cittadino e per questa ragione Guicciardini non poté essere sepolto nel cimitero Evangelico degli Inglesi; sarà sepolto nel piccolo cimitero di Musona dove tuttora è visibile la sua tomba. |
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