
| 06 - Il "quarantotto" delle assemblee |
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In molti secoli, il Quarantotto fu un anno di grandi sconvolgimenti, basti ricordare la peste del 1348 o i moti rivoluzionari che agitarono la storia europea nel 1848, tanto che il numero quarantotto è diventato nelle espressioni popolari di molti dialetti italiani sinonimo di caos, confusione. Pochi però ricorderebbero oggi, che il 1848 fu un anno terribilmente importante anche nella storia delle chiese dei Fratelli, che conobbero la loro prima divisione, una divisione che oggi viene vissuta quasi con rassegnazione, e in un atteggiamento – generalmente – di reciproco apprezzamento e di grande rispetto; e molti sono convinti che così sia sempre stato. Si tende a considerare i Fratelli aperti e i Fratelli stretti come due rami di uno stesso movimento, con qualche piccola differenza, ma un messaggio che è – sostanzialmente – lo stesso. Ma non è stato sempre così, e la divisione nei due rami fu alla sua origine connotata da una grandissima conflittualità. Al centro della polemica si trovarono coinvolte le tre personalità probabilmente più conosciute del movimento, con i loro caratteri molto diversi: John Nelson Darby, in qualche modo il “trascinatore carismatico”, colui che sapeva con poche parole toccare ed infervorare gli animi; un carattere peraltro focoso ed attivo, e – qualcuno ha detto – un vero irlandese: testardamente caparbio sulle sue convinzioni e insofferente verso ogni forma di compromesso o di ipocrisia; Benjamin Wills Newton, il “teologo” e il predicatore, preparato sulla Bibbia e pieno di ammirazione verso gli aspetti più positivi della liturgia protestante, col suo ordine e la sua chiarezza; infine, George Muller, il filantropo, colui che coniugava evangelo e azione sociale in una inscindibile unità, col suo carattere pragmatico e conciliante, e decisamente non a proprio agio in dispute teologico – dottrinali su temi astratti e complessi. E, accanto a loro, e con loro, le due chiese più grandi e più conosciute di tutto il movimento: quella di Plymouth, piccolo feudo del Newton, e quella di Bristol – dove era attivo, sia pure in maniera più “democratica” rispetto a quanto faceva Newton a Plymouth, Muller. Altre comunità importanti – come Londra e Dublino si mantennero vicine a Darby, che però non può essere associato ad una comunità particolare dato il carattere itinerante del suo ministero.
Di ritorno dal suo viaggio in Europa, nel 1845, Darby si recò dritto a Plymouth dove da tempo il solo Wilson aveva preso la conduzione della Comunità. Il punto di partenza della scissione che doveva avere luogo nel movimento, fu proprio la divergenza e la fine dell’amicizia fra Darby e Newton, entrambi dotati di un forte “carisma”, ma su posizioni che sempre più si rivelavano diverse e, spesso, contrastanti. Wilson sembrava avviato (e avviare la chiesa di Plymouth) lungo la strada del Protestantesimo classico, rigettando le posizioni darbiste più estreme su tematiche soprattutto profetiche ed ecclesiologiche; Darby non approvò mai questa tendenza, di cui seppe riconoscere i primi germi fin dagli anni Trenta del XIX secolo; verso la fine del decennio, alcune lettere manoscritte del Newton ebbero una larga circolazione non solo a Plymouth, e le rigide posizioni di Darby venivano in esse fortemente criticate… L’origine vera e propria della divisione, va’ comunque ricercata nel libro sull’Apocalisse che Newton diede alle stampe nel 1842, avversato e criticato da Darby in un successivo libello. Nel libro di Newton, il Regno di Dio veniva identificato con la Chiesa, cosa che per Darby era inammissibile.
A questa problematica dottrinale si aggiungeva una differente concezione della conduzione della chiesa: Newton, eletto anziano della chiesa di Plymouth fin dal 1831, riteneva che ogni comunità dovesse nominare e riconoscere i propri anziani, che avrebbero dovuto occuparsi – fra l’altro- dell’ordinata conduzione degli incontri, e del loro programma; Darby sembra che inizialmente avesse condiviso questa impostazione (e molte chiese a lui assai vicine – come quella curata da Wigram a Londra – erano strutturate allo stesso modo); ma progressivamente si convinse che nessuna nomina o riconoscimento ufficiale dovesse esservi da parte dell’assemblea, e che solo allo Spirito Santo spettasse il compito di stabilire il programma degli incontri, e che nessun uomo avrebbe dovuto assumersi un tale incarico. Su questi temi Darby e Newton risolsero di incontrarsi nel 1845, in presenza di altri tredici testimoni. L’incontro fu – purtroppo – quanto mai “vivace”, e i toni non sempre troppo fraterni. Piovvero le accuse: Darby accusò Newton di avere scritto lettere in ogni parte del globo cercando di imporre le sue personali vedute e di screditare le tradizionali dottrine darbiste; Newton respinse le accuse e chiese che venissero formulate in termini meno generici, specificando nomi e date precisi. La polemica andò avanti diversi mesi,più o meno fino alla fine dell’anno – e ne risparmiamo i dettagli meno edificanti al lettore. Per la prima volta la Chiesa dei Fratelli si trovava in mezzo ad una crisi, e mostrò tutta la sua debolezza: per trent’anni uno di temi più sentiti era la critica al sistema macchinoso di gestione delle comunità tipico delle chiese più antiche – e in primo luogo della chiesa Anglicana; ora stava diventando chiaro che qualsiasi sistema, qualsiasi struttura, qualsiasi organizzazione – per quanto macchinosa e corrotta – era preferibile a quell’assenza totale di struttura e di organizzazione che era – e in buona parte è tutt’oggi tipica – della chiesa dei Fratelli. A questi motivi di disputa un altro se ne aggiunse intorno al 1847, e l’occasione venne da un libello pubblicato da Newton e dal titolo: “Remarks on the Sufferings of the Lord Jesus”, cui quasi subito Darby ritenne di dover scrivere una replica. Proprio nella reazione che suscitò questo trattato (ma – agli occhi disincantati del lettore contemporaneo, vista anche la sottigliezza delle argomentazioni – viene abbastanza spontaneo chiedersi: se Newton e Darby non fossero stati già ai ferri corti su temi secondari ma “vistosi” quali la conduzione e guida della chiesa, se una chiesa potesse ergersi sopra le altre come guida ecc., sarebbero piovute accuse di arianesimo e docetismo su questi problemi teologici ben più fondamentali, ma anche tanto più difficili da definire?), si sviluppò il secondo filone – da questo momento preponderante – della diatriba: per i Fratelli italiani di oggi, che non abbiano già una qualche conoscenza della cosa, sarà una sorpresa scoprire come nell’insegnamento prevalente nelle nostre assemblee, oggi, abbiamo fatto confluire elementi presi un po’ da una parte e un po’ dall’altra… Per non sembrare di parte, lasciamo che uno dei diretti protagonisti di quella triste vicenda, C. H. Mcintosh, ci riassuma in poche parole il nocciolo di quello che – secondo Darby – era il terribile errore di Newton:
Cosa insegnava di fatto Newton? Una dottrina che alla fine venne rigettata dall’intero movimento delle Assemblee, e che – un po’ singolarmente – viene oggi spesso presentata nell’ambito delle chiese italiane, anche se, certamente, con sfumature molto diverse. Purtroppo è quasi impossibile oggi – se non recandosi presso qualche biblioteca pubblica all’estero – leggere questo contrastatissimo testo di Newton; in ogni caso sembra che il problema nascesse dal fatto che egli individuò in Cristo un duplice tipo di sofferenza: fisica, culminata nella morte sulla croce, e spirituale: quella spirituale consistette in pratica nel trovarsi – quando era sulla croce – in uno stato di separazione da Dio, nel momento in cui si era fatto carico del peccato dell’umanità. Cristo stesso dunque, nella Sua umanità, dovette sperimentare il peso dell’ira di Dio; in quell’ora, il Padre si separò dal Figlio il quale – a ragione – gridò: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ma affermare una tale separazione equivaleva – secondo Darby – a negare l’uguaglianza del Figlio col Padre; e, sull’onda emotiva della reazione che una simile conclusione comportava, venne attribuito – forse – al Newton più di quanto egli abbia realmente scritto, detto e pensato. Altri suoi scritti di pochissimo successivi al controverso trattato sono facilmente consultabili, anche on line, e ne emergono queste convinzioni professate dal Newton: Cristo, in tutto simile agli uomini fuorché nel peccato, ebbe un corpo fisico le cui caratteristiche materiali, e i cui processi fisico – chimico – biologici erano completamente e al 100% identici a quelli di qualsiasi altro essere umano. Se Erode lo avesse colpito con la spada, e lo avesse ferito in un punto vitale, egli sarebbe morto proprio come qualsiasi altro uomo – solo che una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere perché era prestabilito da Dio che la morte di Cristo avrebbe dovuto avere luogo sulla croce Egli non peccò mai fin dal seno materno, ma scelse, nascendo da una donna, di associare se stesso al genere umano e al popolo di Israele di cui condivise le conseguenze del peccato – non il peccato stesso, però, ma solo le sue conseguenze: la sofferenza, la fame, la morte… Egli però non fu mai nel vero senso del termine “peccatore”, né fu mai realmente separato da Dio, neppure sulla croce, dove pure, in associazione col genere umano e il suo popolo, fu colpito da quell’ira divina che non lui, ma il popolo, l’umanità meritava per i propri peccati. Si comprende come ci si mantenga sul filo del rasoio; ma non è difficile notare come le accuse di Mcintosh (che riflettono quelle di Darby), vadano molto oltre quello che Newton realmente pensava. A discolpa di Darby va anche ricordato che uno dei suoi primi collaboratori, il Newman, partendo da posizioni abbastanza simili, era effettivamente sfociato in una sorta di agnosticismo deista, e forse Darby ebbe l’impressione di rivedere i germi di quel morbo che già aveva contagiato quel suo caro amico… Se però il Newton, con le sue sottigliezze teologiche, rischiava di venire associato con gli ariani e gli antitrinitari, il radicalismo di Darby correva il serio pericolo – che i detrattori non mancarono di rilevare – di ricadere in un’altra forma di antitrinitarismo, quella che negava non la divinità ma la piena umanità di Cristo: vale a dire lo gnosticismo, e il docetismo.
L’altro tema ha a che fare con la concezione dell’uomo: secondo la concezione darbista, i corpi della resurrezione non sono gli stessi corpi che oggi muoiono, ma corpi diversi e irriconoscibili, irriconoscibili proprio perché diversi. Corpi uguali a quello che ebbe Cristo… Darby così, ipotizzava che il corpo di Gesù fosse molto diverso dagli altri corpi umani, immortale, e con una “umanità spirituale” diversa da quella degli altri esseri umani… La decisione finale di Darby fu drastica, e mal digerita un po’ da tutti: egli si separò dalla chiesa di Plymouth, e la scomunicò. E si giunge così allo scisma definitivo e più lacerante, nel 1848; al centro, questa volta, oltre a Darby e a Newton, si trovò anche la comunità di Bristol. E tornano prepotentemente alla ribalta, come accennavamo poc’anzi, le originarie tematiche dibattute, che erano, lo ricordiamo, di tipo essenzialmente ecclesiologico. A cominciare dallo statuto stesso della chiesa di Bristol, come chiesa dei Fratelli. La Betesda Chapel – come pure la Salem Chapel, ad essa associata, esistevano già da diversi anni come chiese Battiste indipendenti. Sull’onda del successo iniziale che le Assemblee – ancora prive di qualsiasi divisione interna – stavano ricevendo, queste due comunità fecero richiesta di essere !associate” al movimento stesso, e dunque di diventare esse stesse “Assemblea”. Una decisione che fu presa un po’ in sordina e fu successivamente criticata da diversi esponenti del movimento (i quali dissero di averla contestata fin dall’inizio), in quanto – a loro dire – era impossibile e profondamente sbagliato associare delle intere chiese, ma si doveva puntare ai singoli. Giusto o sbagliato che fosse, in ogni caso, nel periodo di cui ci stiamo occupando la Betesda Chapel di Bristol è una Assemblea dei Fratelli a tutti gli effetti. Qui era attiva una delle figure più note e interessanti del movimento, quel George Muller che, grazie all’orfanotrofio da lui fondato, dette alloggio, cibo, istruzione e, soprattutto, calore umano a centinaia e centinaia di bambini poveri abbandonati. La cosa sorprendente è che questo riuscì a fare ininterrottamente, per quasi un secolo, senza mai chiedere a questi bambini neppure un penny di quota, né ricercando fondi da altre parti, ma unicamente confidando, giorno dopo giorno, sulla grazia e la potenza di Dio. E’ noto che l’obiettivo sociale, nella mente di Muller, era assolutamente secondario e subordinato all’intento principale, che era un intento di testimonianza: testimonianza che ancora oggi è possibile affidarsi interamente alla potenza di Dio.. Qualcuno ha scritto che, proprio grazie al suo orfanotrofio, Muller è stato il più grande apologeta e il più grande predicatore del XIX secolo.
Dopo alcuni mesi di titubanza, quando uno dei responsabili della chiesa – un certo Alexander – lasciò egli stesso, insieme ad altri, la chiesa, venne indetta un’assemblea di chiesa per cercare di risolvere la questione. Nel corso di tale assemblea, venne letta la cosiddetta “Lettera dei dieci”, laddove si rendeva ragione dell’operato degli anziani, che avevano di fatto per mesi rifiutato di esaminare il trattato di Newton, riconoscerne l’eresia, e prendere una posizione sulla questione. Prima di tutto la controversia con Newton era – secondo i relatori di tale lettera – un fatto interno alla comunità di Plymouth, e non sarebbe stato né corretto né edificante trasferirla a Bristol sotto il pretesto di un’indagine; oltre a questo si faceva notare che il trattato di Newton era estremamente ambiguo su questo tema, ed era difficile pronunciarsi su quanto fosse da considerarsi effettivamente eretico; ammesso che lo fosse, si riteneva scorretto escludere dalla comunione chiunque avesse frequentato Newton o la sua chiesa, almeno fino a quando non fosse accertata una piena adesione agli errori espressi in questo trattato; era noto che invece molti membri della chiesa di Plymouth se ne erano espressamente dissociati. Infine, fare il processo ad un trattato solo per soddisfare le richieste di un fratello, avrebbe creato un precedente pericoloso. La lettera si concludeva col monito a non trasformare la dottrina dell’Umanità del Signore in una mera controversia. Questa lettera – che i relatori non vollero che fosse stampata se non accompagnata da note di commento – non era da intendersi in nessuna maniera come una sorta di “professione di fede” della comunità di Bristol, ma solo come un documento nato per venire incontro ad una particolare necessità. Probabilmente questa lettera mise in risalto con chiarezza – e forse in parte provocò – la concezione sostanzialmente differente dei rapporti all’interno e fra le varie comunità fra i due rami del movimento, differenza che perdura ancora oggi come una fra le più visibili. I fratelli aperti, fecero proprie, sostanzialmente – radicalizzandole – le posizioni classiche delle chiese Congregazionaliste: in questa concezione, centro di qualsiasi ecclesiologia deve essere la comunità locale: non esiste nessuna struttura, nessun organismo che possa legittimamente porsi al di sopra della comunità locale e si crea un rapporto molto stretto fra la comunità locale e i suoi singoli appartenenti: da un lato è la comunità locale l’unica a potersi esprimere sull’ortodossia di un singolo cristiano, dall’altro lato ogni singolo Cristiano è responsabile in maniera esclusiva verso la comunità locale. In questa concezione ben si possono comprendere molte delle ragioni del rifiuto – da parte di Muller e delle autorità della Betesda Chapel, di pronunciarsi ufficialmente su qualche cosa che si era consumato in seno ad un’altra comunità: se Benjamin Newton, membro della chiesa di Plymouth, aveva scritto delle eresie, spettava solo alla chiesa di Plymouth, e alle sue autorità condannarlo e – eventualmente – scomunicarlo: lo stesso valeva per quei membri della medesima chiesa che avessero fatto proprie queste dottrine. Non poteva essere compito della chiesa di Bristol esprimere giudizi su chi frequentava un’altra comunità, e meno che meno sulla comunità medesima. Naturalmente, questa risposta, mette in risalto tutta la debolezza di un tale sistema: che fare infatti quando è proprio chi è in posizione di autorità – come sembrava essere il caso di Newton – a farsi promotore di dottrine eterodosse? E che fare quando non un singolo credente, ma una comunità intera avesse fatto proprie tali dottrine? Se non esiste altra struttura al di fuori della comunità locale, una chiesa potrebbe – teoricamente – mettersi a predicare che Cristo Gesù non è Dio e non deve essere adorato, e nessuno potrebbe intromettersi nella sua vita interna o disciplinarla; di più: se un membro di una tale comunità volesse dissentire, e mantenersi sui binari dell’ortodossia, e per questo incorresse nella disciplina esercitata dentro la comunità medesima, le altre comunità dovrebbero solo prendere atto della disciplina legittimamente esercitata dalla chiesa di provenienza ed avallarla, e costui si troverebbe tagliato fuori dalla comunione con tutte le assemblee… Sembra che lo stesso Darby, e altri molto vicini a lui, fossero stati in un primo momento affascinati da questa concezione della chiesa – Wigram, per esempio, aveva strutturato la comunità londinese su principi molto vicini a quelli sopra esposti; ma poi vi fu un ripensamento, nel quale il contrasto con Bristol e la critica verso la lettera dei Dieci non dovette esercitare un peso secondario: neutralità, autonomia delle chiese, vennero interpretate da Darby come “indifferenza”: si cavillava – secondo lui – su un problema di terminologia e di sottigliezze dottrinali per eludere il dovere di assumere una chiara posizione nei confronti dell’eresia. Ancora una volta, probabilmente, emergeva il background episcopale di Darby, che progressivamente elaborò un tipo diverso di ecclesiologia, dove – pur senza arrivare mai alla creazione di una struttura sovra ecclesiale quale un sinodo – si riconosceva il dovere – oltre che il diritto – di riconoscere e giudicare il peccato e l’eresia ovunque e sotto qualunque forma si presentasse, con la possibilità di disconoscere un’intera comunità o di escludere dalla comunione anche chi provenisse da una qualsiasi comunità sulla cui ortodossia potessero esservi dei dubbi. Rimaneva – e rimane in parte ancora oggi – abbastanza fumoso chi dovesse esercitare un tale diritto – dovere; una fumosità che portò Darby e il darbismo, nel volgere di pochi anni – a passare dalla “comunione universale” alla “scomunica universale”: non è raro – pur non essendo la regola – che oggi in una chiesa darbista possano ricevere la comunione solo i membri di quella chiesa, che per esservi annessi devono impegnarsi a non prenderla mai in nessuna altra comunità… Darby tornò a Bristol, incontrò nuovamente Muller e Craig e tentò nuovamente di convincerli ad esaminare e condannare lo scritto di Newton. Davanti al loro rifiuto minacciò di isolare la comunità di Bristol da tutte le altre comunità esistenti, incluse quelle con cui Bristol ormai da molti anni aveva intrattenuto rapporti di fraterna e proficua collaborazione. E, purtroppo, diede seguito alle sue minacce: prima visitò personalmente molte comunità cercando di ottenere questo risultato, e infine, nel 1848, inviò una lettera circolare a tutte le assemblee, in cui non soltanto Betesda, ma qualsiasi assemblea che avesse in futuro accolto un qualsiasi credente proveniente da Betesda, veniva scomunicata.
Venne data lettura di una lettera, firmata dai signori Craik, Muller e da altri otto, indirizzata al corpo di Cristo che si riunisce in Betesda, in cui essi si sono sforzati con molta cura di sminuire la portata degli errori di Newton, pur avendo rifiutato di esaminarla, e lanciando ogni sorta di accusa contro quanti si erano opposti a tale politica. Non accuso Muller di avere egli stesso abbracciato le eresie di Newton. Sollecitato a dire in pubblico ciò che già in privato aveva affermato dei trattati di Newton, sulle prime ha rifiutato. Successivamente però ha affermato di aver setto che molti errori terribili erano contenuti in tali trattati, errori che non sapeva dove avrebbero potuto portare. Su quali basi possano essere accolte persone che tali errori hanno fatto propri, e ci si possa rifiutare di esaminare tali false dottrine, se davvero così egli giudica, lascio che ciascuno lo immagini per proprio conto. Mi limito a chiedere: è questa la fedeltà dovuta al gregge di Cristo? Inoltre, se è vero che Craik può non essere preparato ad affermare che le dottrine di Newton sono pienamente secondo le verità di Dio, e non ho alcun motivo per dire che egli non sia sano nella fede, è però vero che egli è tanto ben disposto verso le dottrine di Newton, tanto da apparire talora come un suo sostenitore, da rendere impossibile che egli possa opporsi ad esse con la dovuta energia. Il risultato è che diversi membri della chiesa di Ebrington Street, attivi e instancabili agenti di Newton, che abbracciano e difendono le sue dottrine, sono ora in comunione a Betesda; e quel sistema che tanti di noi hanno riconosciuto che sminuisce la gloria del Signore Gesù – e lo fa, quando presentato nella sua pienezza – nella forma più offensiva – e corrompe la rettitudine morale di chiunque cada in suo potere, questo sistema, pur senza essere apertamente professato, è a Betesda pienamente accolto e riconosciuto. E questo in barba a quei fratelli sulla cui santità nessuno potrebbe avanzare alcun dubbio, che si sentirono spinti – dopo che la loro pressante denuncia del male era stata aspramente rimproverata – a lasciare l’assemblea; in barba alle confessioni, ben conosciute, di quei fratelli che una volta si erano lasciato affascinare dalla dottrina di Newton e che ora, per la misericordia di Dio ne erano stati liberati; in barba alle dichiarazioni forti e pressanti di Mr. Chapman di Barnstaple, che più di chiunque altro aveva goduto della fiducia dei fratelli di Betesda; in barba, infine, a tutto ciò che si era passato per portare alla luce la disonestà morale connessa con tale sistema. Nulla ebbi da dire circa l’originario movimento dei Fratelli riunito in Bristol; anzi, per molto tempo non ne seppi nulla; ma dopo che Muller disse che avrei dovuto essere ben felice di recarmi a Betesda, dopo aver esaminato i fatti, ho dovuto rispondere di no. E’ seguita una corrispondenza, e alla fine un incontro coi fratelli Muller e Craig, così che – per quanto mi riguardava – potei esporre loro tutte le mie perplessità…
Nel 1852, la chiesa di Bristol, spinta da enormi pressioni, si decise ad esaminare il trattato di Newton, al quale vennero dedicate ben sette assemblee di chiesa. Alla fine, il trattato venne condannato, e venne dichiarato che chiunque ne avesse condiviso le posizioni non sarebbe potuto essere ammesso in comunione. Darby si recò allora all’orfanotrofio di Muller, gli strinse la mano e gli disse: “Ora che hai preso posizione contro i trattati di Newton, non c’è più alcun motivo per cui restiamo separati”. La risposta – triste – di Muller, fu: “In questo momento ho solo dieci minuti, dato che mi attende un importante impegno; ti è piaciuto essere tanto inflessibile su questo argomento? Non ti stupire ora, se ti rispondo che non ho tempo, ho altro da fare”. Darby se ne andò, e quella fu l’ultima volta che i due si incontrarono. La posizione successivamente adottata dai Darbisti, fu che la condanna di Newton fu tanto forzata quanto incompleta: la lettera dei dieci non fu mai smentita né vi fu alcuna ammissione di colpa e pentimento in rapporto a quel documento, e dunque, sostanzialmente, le ragioni della divisione e della scomunica permanevano. |
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